Con Annamaria Testa, a scoprire una Milano sopra le righe

Le parole di Annamaria Testa echeggiano per lungo tempo in rete e nella mente di chi la legge. Consulente di comunicazione, blogger e scrittrice, nel 2012 entra nella Hall of Fame dell’Art Directors Club Italiano come prima donna pubblicitaria ammessa negli oltre venticinque anni di vita del Club. La sua carriera inizia negli anni Settanta sotto la direzione creativa di Emanuele Pirella, un nome di rilievo nel campo della comunicazione.
Creatrice di slogan indimenticabili (suo ad esempio il tormentone “É nuovo? No, è lavato con Perlana”), socialmente impegnata in progetti non profit e docente in diverse università, Annamaria ha saputo affermarsi come professionista e come cittadina. Togliamoci lo sfizio di fare due chiacchiere con lei…

A proposito di slogan e di Milano, che opinione ha della famosa “Milano da bere”?
“Milano da bere” nasce come uno slogan pubblicitario. Poi è stato usato per definire il periodo edonistico della seconda metà degli anni Ottanta: una conseguenza dell’avvento dell’Io (age of Me), che ha sostituito rapidamente logiche individualistiche al collettivismo degli anni Settanta. Tutto è cambiato ancora con la crisi economica dei primi anni Novanta. Ma se uno raschia sotto le etichette, vede anche in quegli anni una grande voglia di rinnovamento. La classica vitalità che da sempre contraddistingue Milano, in tutti i suoi cambiamenti.

In che modo Milano riesce a coinvolgere e accogliere le persone che la abitano?
Forte della sua capacità di cambiare rimanendo sé stessa, Milano si inventa e si reinventa di continuo. Precede le mode. Di recente sono stata in un posto vicino a piazzale Loreto. Un bar che è anche coworking, centro di aggregazione per gli amanti della bicicletta, centro culturale che promuove stili di vita più sostenibili e iniziative di inclusione sociale.
A Milano nascono ragionamenti e stili di vita nuovi, moderni. Lo spirito di questa città è vicino alla contemporaneità, che qui è generosa e intergenerazionale.

Solitamente Milano viene etichettata come una città caotica, snob e grigia, una città abitata da persone fredde e poco socievoli. Un bagaglio di luoghi comuni difficile da sfatare. Lei quale crede che sia la vera forza di questa città, quella che la rende sempre viva e attuale?
Milano ha vissuto tante primavere e si è sempre affermata come una città viva e pulsante. É lì la magia. Scoprire che questo vecchio tronco, che ha le sue radici nell’era romana, continua a generare nuove foglie.
Milano è bonaria, e continua a esserlo nei fatti, e al di là degli stereotipi. Basta pensare a quanto è diffuso il volontariato. Però è la capacità di rinnovarsi che connota davvero questa città. La sensazione che se anche non fai nulla, sei parte di un luogo in movimento, che non resta mai uguale a sé stesso. Questo, tra l’altro, è un momento in cui la città particolarmente vivace e fiduciosa, in controtendenza con il resto dell’Italia.

Lei è molto impegnata anche nella conservazione della lingua italiana. Famosa è la sua petizione di due anni fa fa lanciata al grido di #dilloinitaliano, che ha ricevuto consensi anche dall’Accademia della Crusca. Sulla stessa linea, cosa pensa della dei dialetti locali che si stanno perdendo generazione dopo generazione?
So parlare decentemente il dialetto, l’ho imparato da mia nonna. Ho anche cercato di insegnarlo a mio figlio. Trovo che il milanese sia una lingua bellissima, acuta e ironica, e gli sono molto affezionata.
Fino agli anni Cinquanta nelle botteghe e nelle fabbriche si parlava milanese abbastanza correntemente.
Oggi il dialetto si sta perdendo, ma la soluzione non è certo insegnarlo a scuola. Tra l’altro, parlarlo non è per niente facile: ci sono suoni davvero ostici per i non milanesi, e questo probabilmente è uno dei mille motivi per cui, in una città in cui i milanesi nativi sono una minoranza, il dialetto si è perduto.
A me ormai capita di parlare dialetto solo con qualche vecchio tassista, e quando succede ne nascono conversazioni assai divertenti. Oppure uso qualche intercalare dialettale: un vezzo, e un modo per colorire il discorso. Ma sono convinta che la sfida oggi, per tutti, non sia tanto coltivare brandelli di dialetto in vitro, quanto parlare un buon italiano, ricco, corretto ed efficace, dam a trà.

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Stefania Pristerà

Grafica per vocazione e redattrice per passione, ho sempre avuto qualcosa da dire (e da ridire). Ho una passione smodata per la carta e sono piena di manuali sugli origami, lo scrapbooking e la meditazione. Un giorno li leggerò. Sono entusiasta, ironica, spesso agitata e sempre in ritardo. Mi piace cercare i significati nascosti e interpretare senza accontentarmi del superficiale. Quello lo lascio ai più.

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