Due passi sui Navigli con Alda Merini e le sue poesie

Innamorarsi dei Navigli nella luce dell’autunno milanese.

E’ successo, rivivendo Milano nei versi delle poesie di Alda Merini raccontate da Anna di Milanoguida, in un tour che ci ha portato a conoscere l’intreccio romantico tra la vita tormentata e vivace della poetessa contemporanea e la città con i luoghi da lei più amati. L’itinerario “La Milano di Alda Merini” dura circa un’ora e mezza e si svolge percorrendo a piedi lungo il Naviglio le tappe più importanti della storia della Merini, mentre si ascoltano le letture di alcuni suoi componimenti. Le visite in calendario sono aggiornate sul sito di Milanoguida e la prossima è in programma il 25 novembre.

L’inizio del tour con Milanoguida

Il tour inizia da Ripa di Porta Ticinese al civico 47, dove la Merini visse dal matrimonio, negli anni Cinquanta, in avanti. Nel cortile, che si scorge dal cancello, Alda sedeva su una grande pietra a forma di tronco d’albero a scrivere le sue poesie. Nata nel primo giorno di primavera, il 21 marzo 1931, considerava questa “coincidenza” una predestinazione all’essere madre – lei che di figlie ne avrà quattro – e per questo scrisse la poesia “Sono nata il 21 a primavera”.

La casa di Alda Merini, in Ripa di Porta Ticinese 47
L’ingresso dell’abitazione al civico 47 della Ripa di Porta Ticinese

 

Alda è la seconda di tre figli e cresce nella casa di viale Papiniano 57, la mamma è casalinga e il padre assicuratore: sarà lui ad avere un ruolo decisivo nella crescita culturale della figlia che lo vede come il primo maestro. Ne ricorda la mano calda e grande che l’aiutava a scrivere le prime lettere e la voce che ogni sera prima di farla addormentare le leggeva il significato di dieci parole dal vocabolario. Una passione per la conoscenza, l’apprendimento e la cultura che l’accompagnerà per tutta la vita. “Lo studio fu sempre una parte mia vitale”, scrive in alcune note autobiografiche. Tuttavia, dopo aver superato con voti alti i corsi di scuola elementare, frequenta i tre anni di avviamento al lavoro presso l’Istituto Laura Mantegazza a Milano tentando di essere ammessa al Liceo Manzoni, ma senza successo perché – ironia della sorte – non supera la prova di italiano. E’ in questo momento che subisce le prime crisi psicologiche e inizia a scrivere poesie.

Nella visita con Milanoguida si prosegue lungo il Naviglio Grande per un tratto e poi si attraversa uno dei ponti che portano sull’altro lato, mentre Anna ricorda che quello più vicino al civico 47 sarà intitolato dal Comune di Milano alla grande poetessa. Prosegue il racconto…

Il ponte sul Naviglio che sarà intitolato ad Alda Merini

La guerra imperversa e in seguito ai bombardamenti che distruggono l’abitazione, la famiglia Merini si trasferisce in Ripa Ticinese al civico 49. Il carattere di Alda è sempre più inquieto: il desiderio di studiare la spinge a pensare di entrare in convento, ma la madre glielo impedisce immaginando per lei un matrimonio e una famiglia. Inizia a lavorare come segretaria in uno studio notarile in via Verdi, dove si dice che venisse spesso “ripresa” perché anziché battere a macchina gli atti, scriveva poesie. Finché una sua insegnante delle scuole medie la presenta ad Angelo Romanò (politico e scrittore) che la mette in contatto con il poeta e scrittore Giacinto Spagnoletti, guida e maestro di Alda Merini. In questo modo Alda entra a tutti gli effetti a far parte del “circolo” di via del Torchio (al numero 16) dove abitava Spagnoletti. Lì incontra Salvatore Quasimodo, Maria Corti, David Maria Turoldo, Luciano Erba, Giorgio Manganelli e altri intellettuali che si riunivano per discutere di letteratura.

A sedici anni si innamora di Manganelli, sposato e con una figlia, con il quale inizia una relazione che finirà in modo burrascoso: lui scapperà da Milano a bordo di una Lambretta. Gli va il merito di aver cercato di aiutare Alda indirizzandola verso la psicanalisi per curare “le prime ombre della sua mente”. La mente è fragile ma il talento brilla e il carattere è deciso: Alda Merini vede pubblicate le sue prime poesie negli anni Cinquanta e viene inclusa nell’antologia “Poetesse del Novecento” per interessamento di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani. Nel 1953 esce la sua prima raccolta di versi (La presenza di Orfeo) con cui si fa notare da Pier Paolo Pasolini e da altri letterati.

Si sposa nel 1954 con Ettore Carniti, un panettiere milanese conosciuto dopo la rottura con Manganelli. Le nozze sono celebrate nella chiesa di Santa Maria delle Grazie al Naviglio – che raggiungiamo camminando – e dopo un anno nasce la prima figlia, Emanuela, mentre la produzione poetica della Merini prosegue ma le pubblicazioni successive alla prima raccolta non ottengono il successo sperato. L’unione non è semplice, complici i particolari orari di lavoro del marito e il peso di doveri e difficoltà pratiche che Alda si ritrova quotidianamente a fronteggiare, ma nel 1958 nasce Flavia. Dopo l’uscita di un’altra raccolta di poesie nel 1962 (Tu sei Pietro), inizia un silenzio ventennale dovuto al percorso buio dell’internamento avvenuto nel 1965 all’ospedale psichiatrico Paolo Pini dopo una lite violenta con il marito. Sarà un calvario che durerà quattordici anni, nel quale nascono altre due figlie (Barbara e Simona) che sono date in affido.

Terminato il periodo dell’internamento, Alda Merini riprende a scrivere e nel 1980 esce “Destinati a morire”, seguita da altri componimenti tra cui la raccolta di poesie che raccontano la sua dolorosa esperienza in manicomio, “La Terra Santa” considerato il suo capolavoro. Dopo la morte del marito, Alda si risposa nel 1984 con il poeta tarantino Michele Pierri. Un rapporto complicato che avrà fine quattro anni dopo quando lui si ammala e muore, e lei ritorna di nuovo sola sui Navigli a Milano. E’ il momento della rinascita: in questo periodo Alda Merini frequenta il bar libreria Chimera di via Cicco Simonetta, in Porta Genova. Un luogo di cultura, di letture, di scrittori che si incontravano e chiaccheravano davanti a un caffè, che divenne per lei una seconda famiglia. Merini attraverso il suo sguardo lucido e ironico lascia il dipinto di un quartiere molto vivo, con le sorelle Fontana – sarte di mestiere – che cercavano a tutti i costi di farla entrare in un tubino di loro creazione. Conosciamo dai suoi scritti il cambiamento che ha investito i Navigli col tempo, con la comparsa di “robivecchi” ovunque, a discapito dei negozi di artigianato come quello in Ticinese dove Alda si faceva fare le scarpe su misura. Due opere in particolare illustrano la città dal punto di vista particolare della Merini: “Satire della Ripa” e “Canto Milano”.

Raggiungiamo per un’altra sosta Vicolo dei Lavandai e ci perdiamo nei suoi ricordi d’infanzia da cui emergono dettagli coloriti, con le “lavandaie dalle gonne putride che sbattete indumenti”, “corrotte dall’odore del vino”, con i capelli sempre spettinati e irti. Nei primi anni Novanta, Alda Merini porta a casa con sé un clochard che chiama Titano, con lui ha una relazione e gli dedica diverse poesie. La sua fama cresce, diventa nota e molto richiesta anche dai programmi televisivi nazionali, vince numerosi premi letterari, dal Librex Montale al premio Viareggio finché nel 2001 è ufficialmente candidata dal Pen Club per il premio Nobel. La produzione degli ultimi anni è principalmente orale, frutto di una ispirazione di getto per cui detta le poesie al telefono o a chi la va a trovare. Muore il 1° novembre 2009 e viene sepolta al Cimitero Monumentale di Milano.

Il muro di cinta della Casa della Poesia in via Magolfa

Tornando davanti alla sua abitazione, passiamo per via Argelati raggiungendo via Magolfa 32: qui, dove prima sorgeva una ex tabaccheria comunale, ora c’è la Casa della Poesia o Casa della Arti dedicata ad Alda Merini. I coloratissimi murales, realizzati sul muro di cinta, riportano le frasi di alcune sue poesie. Uno di essi la ritrae in bianco e nero mentre scrive seduta con la parete di casa alle spalle, celebre per essere diventata un block notes su cui Alda segnava i numeri di telefono con un rossetto.

La visita guidata con Milanoguida si conclude con quest’ultima emozione che basterebbe per spiegare quanto intensa sia stata l’esistenza della poetessa dei Navigli: “Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno. Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara”.

Casa della Poesia, il murales che rappresenta Alda Merini

 

Valentina Colombo

Scrivere è tornare ogni volta sulla mia isola felice. Le parole che prendono forma su un foglio bianco sono una composizione magica. Così a un certo punto inizio a scrivere comunicati stampa e, dopo gli studi in Scienze della Comunicazione, divento giornalista. Le mie ancora di salvezza nella vita quotidiana sono i libri e la cucina. Mi piacciono i contrasti, sono pigra ma curiosa, amo mettermi alla prova. Come ora, nel ricomporre l’immagine della mia Milano in cui sono nata e cresciuta.

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