La Milano fra le righe e nelle parole di Emanuela Nava

“Milano è una città segreta, nascosta, bellissima: da scoprire. Ma bisogna camminare, lasciare l’auto che ci fa apparire tutto come fosse dietro uno schermo”. Emanuela Nava parla di Milano e ci regala immagini particolari, nascoste. Traspare il legame con la città, la curiosità che la spinge a camminare e perdersi fra le meraviglie meneghine. L’anima sognatrice di Emanuela Nava d’altronde non è nuova. Nata a Milano, dove vive e lavora , è stata sceneggiatrice tv, ha pubblicato numerosi libri e ha lavorato per cinque anni nell’Equipe dell’Albero Azzurro, il programma tv della Rai per i più piccoli.

Emanuela, lei nasce a Milano, dove tutt’oggi vive e lavora. Da cittadina e donna in carriera, come ha vissuto il rapporto con questa città considerata da molti tanto sfuggente e impersonale?
Non mi considero una donna in carriera: c’è questa idea che a Milano tutti vogliano solo fare carriera. Ma è pur vero che Milano, un po’ svizzera, un po’ austriaca, è la città del lavoro. Mio padre tanti anni fa diceva “Chi volta el cuu a Milan il volta al pan”. Forse allora aveva ragione perché anch’io a quei tempi ho potuto cambiare lavoro più volte e senza difficoltà. Molti anni fa, però, almeno trenta. Le cose ora sono senz’altro cambiate e non in meglio. I giovani oggi fanno fatica a trovare un impiego. Ma io vorrei continuare ad avere questa mia idea, forse un po’ romantica, della correttezza milanese: se a Milano ti dicono sì è sì, e se ti dicono no è no. È così che Milano ti spinge sempre a riprovare. Non ti inganna. Come si fa a pensare che Milano sia sfuggente?

Solitamente Milano viene etichettata come una città caotica, snob e grigia, una città abitata da persone fredde e poco socievoli. Quale di questi luoghi comuni è, secondo lei, il più difficile da sfatare?
Sì, sfatiamo i luoghi comuni. A Milano nessuno ti chiede da dove vieni. Sei milanese per il semplice fatto che ci abiti. In questo Milano è davvero una metropoli, l’unica, secondo me, in Italia, capace di accogliere tutti. Le persone non sono fredde, ma se giri nudo, forse, è vero, non si voltano. Il rischio di Milano è quello di diventare, alla newyorkese, troppo politically correct e così di perdere la sua correttezza, che ha poco a che fare con l’ipocrisia del politically correct, appunto. Ma devo subito aggiungere che a Milano, comunque, al di là di ogni etichetta, ferve una grande società civile. Nel mio quartiere c’è “Residenti in San Gottardo, via Meda e dintorni, Milano – Social Street”, un gruppo nato sul web, attivissimo, e non solo virtualmente, a rispondere e a partecipare a ogni richiesta o bisogno della zona, dal più lieve al più impegnativo o doloroso.

Ci sono luoghi a Milano in cui trova particolare ispirazione? Posti in cui passeggiare o sedersi in cerca di nuove idee per i suoi lavori?
Sto scoprendo sempre più giardini, sempre più parchi. Nei giardini c’è il bike sharing anche per i bambini. Il primo in Italia.  Nei parchi della periferia sud, a soli quattro chilometri dal centro, ci sono campi coltivati, papaveri, lucciole, rane …chi lo direbbe a Milano?  C’è l’acqua dei navigli, le lunghe piste ciclabili. Anche il mare dell’Idroscalo. E anche gli eventi culturali cominciamo a essere decentrati. Finalmente si sta capendo quanto importanti siano le periferie: orti, rassegne musicali, spazi teatrali, bowls per gli skate. Spesso è lì che oltre ai più grandi parchi, ci sono anche le più ricche biblioteche come Chiesa Rosa e Affori. Ma naturalmente per le periferie c’è ancora molto da fare. Se posso concludere con un sorriso, anche se amo molto Milano, so bene che, al contrario di quello che si dice, A Milano non c’è e non ci sarà mai tutto… A me mancano tanto i boschi di collina, il mare vero…

Emanuela Nava con l'amica Milly Curcio, che vive tra Catanzaro e Budapest ed è innamorata di Milano (Piazza Gae Aulenti)
Emanuela Nava con l’amica Milly Curcio, che vive tra Catanzaro e Budapest ed è innamorata di Milano (Piazza Gae Aulenti)

La città di Milano è stata fonte di spunto per qualche suo progetto?
Sì, nel 2007 con i Genitori Anti Smog, la Fondazione Lombardia per l’Ambiente e l’editore Carthusia, e con il sostegno di tutti gli scrittori per ragazzi d’Italia, ho scritto il manifesto “Oh cielo! Una città con l’aria da bambino!” per chiedere che venissero rispettate le leggi europee che fissavano e fissano a valori molto bassi le soglie di concentrazioni degli inquinanti nell’aria. Milano presa ad esempio come città dove i valori desiderati si ottengono ancora solo con l’aiuto di vento e pioggia.

Ma il progetto più importante, quello che ancora ogni giorno continua ad emozionarmi è il libro “Il Gatto che aveva perso la coda”, scritto per l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano di Via Venezian e pubblicato da Carthusia Edizioni. Fortemente voluto da Sarah Frasca e Gabriele Carabelli, tecnici pediatrici, e dalla dottoressa Lorenza Gandola, primaria del reparto, illustrato da Annalisa Beghelli e promosso da Fondazione Magica Cleme Onlus, “Il Gatto che aveva perso la coda” permette ai bambini che devono essere sottoposti alla radioterapia di non essere più sedati.
Si tratta di un libro che non parla mai di malattia, che si trova anche in libreria, ma che parla in chiave metaforica della resilienza che nasce dal coraggio, come insegnano le fiabe tradizionali. Le storie sono psicomagie. Le mamme e i papà che le raccontano si trasformano in dottori magici e potentissimi. Le storie, con i sentimenti e i percorsi che suggeriscono, aiutano i bambini ad affrontare le paure, a costruire risorse interiori, a rapportarsi con la realtà, anche con quella dolorosa. Insegnano a escogitare riti o sistemi personalissimi di difesa e ad acquisire così la forza necessaria per affrontare la vita. Le storie curano l’anima, la curano nel silenzio che segue la parola detta. Protagonista di questa storia è un gatto che ha perso la coda. Il gatto, alla ricerca della coda, indossa un casco come talismano e comincia un viaggio fatto di incontri, tentativi e prove da superare. Ma, alla fine, trovando una coda da tigre e un cuore da leone, ritrova anche e soprattutto la speranza e il coraggio.
Da cinque anni, da quando la storia viene letta ai bambini per una settimana intera prima dell’inizio della  radiorerapia e lo staff medico accoglie i piccoli pazienti, continuando a raccontarla, i bambini non vengono più sedati.

Se dovesse descrivere Milano a un bambino, quali parole sceglierebbe?
Milano è una città segreta, nascosta, bellissima: da scoprire. Ma bisogna camminare, lasciare l’auto che ci fa apparire tutto come fosse dietro uno schermo. Alzare gli occhi, guardare la forma delle case, i terrazzi fioriti. Entrare nei parchi, nei cortili, nelle chiese, scoprire le opere d’arte. I bambini hanno occhi che guardano avanti, hanno grande sensibilità per la bellezza, purché abbiano genitori coraggiosi, che desiderano condividere la meraviglia, non solo il tran tran della vita quotidiana. Nei musei, dal Muba, il museo dei bambini, a molti altri: Novecento, Triennale, Bagatti Valsecchi, Egizio del Castello, Mudec, Museo della Tecnologia e della Scienza… e mi scuso per quelli che non ho citato, sono molte le attività organizzate per i bambini. E poi va ricordato che a Milano è stata aperta la prima libreria per ragazzi, nel 1972, da Gianna Vitali e Roberto Denti, dove da un paio di anni tengo corsi di lettura a voce alta per adulti. Ora, oltre alla storica Libreria, a Milano troviamo anche “Aribac”, “Fata & Celeste” “Libri di luna”, librerie solo per bambini e ragazzi. E poi, per una città sempre in divenire, vorrei anche potere usare le parole del Manifesto: “Una città dove poter correre e giocare senza trattenere il fiato. Con al massimo 20 microgrammi di polveri sottili al metro cubo. Sì, 20, un bel numero che vuol dire anche venti. Venti, folate, zefiri, soffi gentili. Sbuffi lieti di bambini: figli, nipoti, piccoli amici. Sospiri anche nostri: sospiri ispirati di grandi ormai cresciuti.” Insomma una città che che guarda verso il cielo, non solo verso quello dei grattacieli.

 

Per ulteriori informazioni: www.emanuelanava.it

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Stefania Pristerà

Grafica per vocazione e redattrice per passione, ho sempre avuto qualcosa da dire (e da ridire). Ho una passione smodata per la carta e sono piena di manuali sugli origami, lo scrapbooking e la meditazione. Un giorno li leggerò. Sono entusiasta, ironica, spesso agitata e sempre in ritardo. Mi piace cercare i significati nascosti e interpretare senza accontentarmi del superficiale. Quello lo lascio ai più.

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