Milano in linea, nelle parole e nei ricordi di Sergio Cavandoli

Lo studio di via Prina è destinato ad accogliere arte, semplicità e persone genuine. Prima con Osvaldo Cavandoli, instancabile creativo milanese e padre della Linea, e ora con il figlio Sergio che nel 2013, dopo una solenne ristrutturazione, riapre le porte dello storico Studiocine Cavandoli rendendolo uno spazio multifunzione per la fotografia. La magia di questo posto è tangibile. Ci sono disegni originali, modellini, macchinari storici e la Linea che ti studia da ogni angolazione, ma il filo conduttore di tutto, il regista di questo posto, è Sergio che, con una naturale gentilezza ci racconta del legame con suo padre e del rapporto con la Milano che lo ha visto crescere. Non senza una luce emozionante che si accende negli occhi, a ogni bel ricordo.

Sergio, siamo nello Studiocine Cavandoli, lo spazio creativo dell’indimenticabile Osvaldo Cavandoli. Questo posto ha visto nascere personaggi animati e ha ospitato il mondo  di Pupilandia, ma, prima di essere rilevato come studio, era una scuderia. Ci racconti qualche curiosità legata alla storia di queste mura?
Mio padre è venuto in questo studio nel 1953. Prima lavorava con un suo amico, in via Londonio. Avevano sgomberato una cantina e facevano le riprese lì, perchè non entrava luce, usavano i proiettori e i fari per creare i codini pubblicitari con i pupazzi animati. Ma quella cantina alla lunga si è rivelata scomoda e stretta, così hanno affittato qui. Mio padre mi diceva che su una delle pareti più lunghe un tempo c’erano gli anelli per legare i cavalli. La stanza in cui siamo era diventata il teatro di posa, dove c’era un carrello con la macchina da ripresa che andava avanti e indietro. Il banco di lavoro che, che ancora uso, lo ha fatto mio padre. Lui riciclava tutto, amava il legno e la carta. Mio padre non disegnava mai su un A4, divideva sempre il foglio a metà, per risparmiare la carta. Questa stanza successivamente è stata abbandonata e nell’arco del tempo si è riempita di oggetti in disuso. Io ad esempio ci mettevo la moto, venivo qui a ripararla. Mio padre metteva la sua auto e c’erano una marea di scatoloni. Era diventato un magazzino.
Ricordo che quando eravamo insieme fantasticavamo su cosa avremmo potuto fare di questo posto. Si parlava di sistemarlo per farlo diventare uno studio di posa per video e fotografie. Era, a quei tempi, un’impresa titanica perchè era tutto da rifare, dal pavimento alle vetrate. Quando mio padre è venuto a mancare avevo difficoltà a tornare qui, per tutti i ricordi che si scatenavano, ma poi mi sono fatto coraggio e ho iniziato a sistemare poco per volta. Molti lavori li ho fatti da solo, rischiando a volte di cadere anche dalla scala.

La Linea nasce in questo studio di Milano. L’omino stilizzato e irriverente che parla un linguaggio tutto suo ed esprime le sue emozioni con i colori dello sfondo. C’è un ricordo legato a questo personaggio che ti coinvolge in prima persona o un aneddoto che ami raccontare?
Volete che parli di mia sorella? Perchè la Linea è mia sorella. Mi ricordo il giorno in cui mio padre è venuto a casa e mi ha parlato per la prima volta di lei. Gli era venuta l’idea di fare questa animazione con un personaggio che esce da una linea. Senza nessuno sfondo, nè dialogo. Ed è nata in questo modo. Mio papà fece un primo storyboard che presentò ai produttori. Ma è stato difficile all’inizio perchè il personaggio era molto semplice e le agenzie avevano paura che sminuisse il prodotto. Il primo a dire sì è stato l’ingegner Lagostina, che si interessava d’arte. Lui ha capito che sarebbe potuta essere un’idea geniale. E ha avuto ragione. Così nasce la Linea, che ha preso il carattere insofferente di mio padre, ma anche la sua semplicità. Inizialmente doveva essere senza voce, ma poi venne introdotto un borbottìo. Ricordo che quando cercavamo la voce, ai provini si presentò anche Carlo Bonomi che iniziò a fare una voce strana dicendo che era la stessa con cui faceva divertire i suoi compagni di scuola. Fu scelta quella. La cosa straordinaria è che Bonomi iniziava sempre a doppiare guardando il filmato lì al momento, senza sapere nemmeno come fosse la storia.

Io venivo qui quando facevo l’università, aiutavo mio padre per guadagnarmi due lire. Facevo l’operatore. Mi ricordo che un pomeriggio stavo lavorando e avevo molto da fare. Mio padre era uscito per delle commissioni e come spesso succedeva tardava a rientrare. Io di solito aspettavo lui per le riprese, perchè le mani che si vedevano, quelle del disegnatore, erano le sue, ma quel pomeriggio ho preso l’iniziativa e ho usato le mie. Quando glielo dissi la sua risposta è stata “Hai fatto bene”. Le nostre mani erano quasi uguali, difficilmente si notavano differenze. Solo successivamente, quando le riprese iniziarono a farle a Modena, vennero introdotte mani di altri. Ma a quel punto si vedeva che la mano era completamente diversa.

Sei cresciuto immerso nel genio artistico del Cava, a stretto contatto con una Milano creativa e, probabilmente, giocosa. Che tipo di rapporto hai stretto con la tua città?
Io ho vissuto Milano come bambino e come studente, ma mio padre la viveva in modo diverso. Lui usciva con i suoi amici, che erano gli altri animatori e umoristi. Per lui era la Milano giocosa, ha fatto di tutto. Io mi ricordo la Milano del Sessantotto. Andavo a scuola vicino allo studio di mio padre, sono praticamente cresciuto in questa zona. Per questo sono molto legato a Milano, è la mia città. Gli odori di Milano, ad esempio, sono completamente diversi dagli odori di altri posti. Sentire gli odori della città, della stampa vicino alle edicole, dell’asfalto caldo, per me significava l’arrivo dell’estate. Quando andavamo al mare, durante le vacanze scolastiche, stavamo via per mesi e al momento di rientrare, già dalla periferia sentivo l’odore di Milano. A me piaceva.

Solitamente Milano viene etichettata come una città caotica, snob e grigia, una città abitata da persone fredde e poco socievoli. Quale di questi luoghi comuni è, secondo lei, il più difficile da sfatare?
Caotica. Si vede ad occhio nudo che lo è, soprattutto nelle arterie della circonvallazione. Anche se in estate, soprattutto a metà agosto, la città è una meraviglia! Sembra quella di un tempo. Ci sono comunque dei posti in cui regna la tranquillità. Per lavoro, insieme a mia moglie, ho ripreso lo svolgimento dei lavori per la costruzione del Parco Nord. Parte del parco è Milano, e vi assicuro che è magnifico.

Nell’agosto del 2005 il sottomarino S-506 Enrico Toti, a seguito della sua dismissione, è stato ceduto al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Nel Dvd Aldilà del mare si racconta il trasporto eccezionale avvenuto per le vie della città, sotto gli occhi estasiati dei milanesi. Tu sei stato direttore della fotografia di questo progetto. Cosa ricordi di questa esperienza unica nel suo genere?
Mi ricordo che ero tornato dal mare per fare questo lavoro. Eravamo a Cremona sulla Darsena perchè il sottomarino è partito da lì. Lo hanno appoggiato su un carrellone, e ovviamente era un trasporto eccezionale, alto e molto lungo. Il problema era illuminarlo tutto. C’era un gruppo elettrogeno sul carrello, ma aveva una portata limitata, quindi abbiamo dovuto scegliere dei proiettori che consumassero il meno possibile, ma facessero molta luce. Mi sembra che fossero sei per ogni lato. Quando è arrivato il momento di testare l’illuminazione eravamo io, Dario (ndr Dario Barezzi) e un addetto al gruppo elettrogeno. Abbiamo aspettato che facesse sera per accendere le luci e… facevano schifo! Il sommergibile era pancione, i proiettori erano sotto e la luce veniva fermata sul nascere. Io e Dario ci siamo guardati e lui ha detto “Bhè, adesso faremo qualcosa” e io ho pensato “Cosa?!”. Poi ovviamente le abbiamo sistemate, sempre posizionate sotto, ma con effetti diversi e una resa decisamente migliore. Ci sono stati momenti incredibili. Quando siamo entrati in tangenziale, rimasta chiusa per l’evento, c’era una leggera nebbiolina e l’illuminazione del sommergibile creava un enorme V che si disperdeva nel cielo. Era bellissimo da vedere! Un giorno invece c’era una pioggia fortissima e avevamo paura che le lampade, raggiungendo temperature elevate, al contatto con l’acqua esplodessero. Per fortuna è andato tutto bene. Quando siamo passati per la rotonda della Besana, il sommergibile aveva un margine di soli due centimetri dai balconi delle case. E li c’erano luci da seimila Watt per illuminare tutto. Anche l’ingresso in porta Ticinese è stato indimenticabile. C’erano persone ovunque e a tutte le ore, perfino alle quattro di notte c’erano bambini pronti a salutare il passaggio del sommergibile. Un’esperienza unica.

Come la nostra.

 

 

 

 

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Stefania Pristerà

Grafica per vocazione e redattrice per passione, ho sempre avuto qualcosa da dire (e da ridire). Ho una passione smodata per la carta e sono piena di manuali sugli origami, lo scrapbooking e la meditazione. Un giorno li leggerò. Sono entusiasta, ironica, spesso agitata e sempre in ritardo. Mi piace cercare i significati nascosti e interpretare senza accontentarmi del superficiale. Quello lo lascio ai più.

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